A PIÙ VOCI


AURELIO JOSEF HEGER
CON LA VALIGIA PRONTA





Per il singolo ebreo la casa è qualcosa che riveste un'importanza superiore a quella che si potrebbe pensare normalmente perché è all’interno di questa che molte funzioni religiose di primaria importanza vengono espletate, dalla cena pasquale all'accoglimento del sabato davanti alle candele alle funzioni stesse della vita quotidiana, che per l’ebreo sono consacrate dalle regole che la Torah impone: il cibarsi, il crescere e moltiplicarsi, il liberarsi dall'ingombro interno e lo studiare. Il rapporto di coppia è regolato da precise regole di purità, il mangiare dalle regole della Kasherut, ossia dall’insieme delle regole alimentari, e il liberarsi viene benedetto ogni volta che avviene. Nella diaspora questa necessità di una casa è sempre stata osteggiata dai persecutori, si viveva nei ghetti impilati gli uni sugli altri, in appartamenti dal soffitto basso, con poca luce e vie strettine, pagando l'affitto a proprietari non ebrei, spesso con l'incubo del non rinnovo della "condotta", ossia del decreto che permetteva all'ebreo di risiedere in quella città. Nell’Europa orientale e in Russia non esistevano ghetti e gli ebrei vivevano nelle campagne, di norma in case più misere di quelle dei compaesani Goiim, cioè dei gentili e solo nell'Impero Asburgico, dall’epoca di Giuseppe II,  poterono esserne proprietari, mentre in Russia










c’era sempre la spada di Damocle del porgrom. Ogni anno si ricorda la precarietà dell'abitare con la festa che celebra le capanne del deserto e che fa ricordare a chi vive in comode e tiepide case in muratura che si è sempre soggetti a dover vivere in una Sukkah, in una capanna. Questa incertezza del futuro e della casa ha portato gli ebrei, non appena ciò fu possibile, a costituirsi una proprietà immobiliare permanente e a cercare di abitare in case di proprietà a costo di grandi sacrifici. Il legame che poi si stabilisce con questa proprietà è impressionante, specialmente quando si riesce a stabilire una continuità di permanenza di secoli. Mio padre, avvicinandosi la morte, mi ha pregato di cercare di rientrare in possesso della sua casa natale nei Carpazi (ora in Ucraina) che da almeno tre secoli era della famiglia di sua madre. Qui in Italia appena ha potuto ha cercato di ricostruirsi un patrimonio immobiliare, anche se piccolo, perché la casa dove si può abitare o passare le estati ha un forte significato e dava una sicurezza psicologica e un riscatto verso chi della casa lo aveva privato. In Italia questo desiderio del riscatto e della costituzione del patrimonio immobiliare si è visto subito dopo il Risorgimento con il costituirsi dei patrimoni immobiliari di famiglie, precedentemente solo mercantili, che uscendo dal










ghetto compravano case nei quartieri più belli delle città e rispondenti al loro effettivo status sociale. Lo stesso luogo di culto, la sinagoga, prima dell’emancipazione era ricavato dalle case e solo successivamente sorse come edificio autonomo; alla sinagoga si poteva eccedere direttamente dalle case e a Venezia si poteva girare tutto il ghetto per raggiungere la sinagoga senza mai uscire allo scoperto. In alcune città il ghetto era così piccolo da essere costituito da un solo palazzo o da un isolato unico e ciò rafforzava il peso di questo abitare in comune, come una grande famiglia raccolta intorno alla sinagoga del proprio rito. Questa coesione porta ancora adesso a cercare di vivere negli stessi quartieri della città per poter essere vicini. La ricerca e il ritorno a uno Stato fanno parte di questa eterna ricerca della casa che si concretizza nello Stato di Israele che ogni ebreo sente come casa propria e come quel paese dove non bisogna vivere con la valigia pronta se non ti rinnovano la “condotta”.

© Marco Baldino, 1990
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