INTRODUZIONE


L’USO DEL PASSATO
Marco Baldino





In Valtellina esiste tutta una serie di prodotti culturali più o meno distribuiti nell’arco degli ultimi quindici-vent’anni, in cui si assiste alla messa in opera del passato come scenario necessa­rio per ogni possibile discorso culturale, economico, politico, estetico, ecc. di un certo respiro. Per non citare che i più recenti, e a puro titolo orientativo, si vedano ad esempio il saggio di I. Fassin “Forme di solidarietà e di autogestione del passato e prospettive del futuro” (1984), libri come “Valtellina nostalgia delle origini” (AA.VV., 1985) e “Sopravvivenze” (G. Spini e G. P. Mazzoni, 1985), il lavoro di una rivista come “Quaderni valtellinesi” e una mostra: “Linea Retica. Segni e linguaggi” (1987/88) con il relativo catalogo. Interessante è per esempio notare che i discorsi che si sono sviluppati intorno a quest’ultima iniziativa si sono concentrati esclusivamente su quel richiamo un po’ intrigante alla radice etnica che suona come evocazione di una remota koinè valtel­linese. Altri tratti caratteristici emergenti in questo tipo di progetti sono per esempio il crescente entusiasmo per la fotografia come mezzo per fissare il passato e creare ricordi comuni, nonché il grande prestigio di una nozione come quella di patrimonio. Esigenze di questo genere si concretizzano via via in prodotti apparentemente lontani l’uno dall’altro, prodot­ti che vanno dal calendario distribuito gratuitamente dalla banca al libro sulle cartoline illustrate d’epoca a quello sul liberty valtellinese, ma tuttavia legati, al di là delle specifiche intenzioni dei loro autori, da una comune tendenza a dare della Valtellina, come scrive M. Mandelli in un illuminante saggio sulla fotografia, l’immagine di un mondo «immutato e immutabile» (1).




Gli orizzonti storici entro cui simili fenomeni assumono il loro più proprio significato, sono quelli, per esempio, descritti da uno storico come Le Goff secondo cui è l’accelerazione storica ad indurre le masse delle nazioni industriali a riaccostarsi con nostalgia alle proprie radici dando campo aperto al presentarsi delle mode retrò, all’interesse per il folclore e la fotografia e, in generale, a tutto ciò che si rende capace di inscenare una rassicurante cultura della permanenza (2). Oppure quelli che si possono desumere dal dibattito multidi­sciplinare che si è sviluppato negli anni ‘80 attorno a nozioni come quella di fine della modernità e postmoderno. È in questo contesto, ad esempio, che si rileva il radicale mutamento subito dallo statuto dell’urbano. La metropoli non è più intesa come mera crescita quantitativa della città, qual­cosa che si oppone ancora ad un territorio naturale circostante. La metropoli è piuttosto ciò che tende a porsi come orizzonte trascendentale dell’esperienza dell’uomo contemporaneo, a­bolisce ogni riferimento alla natura e dichiara il trionfo incon­dizionato della cultura, delle cose manipolabili e della volontà di potenza tecnologica. Quello di metropoli diviene così il concetto di un orizzonte omnicomprensivo al cui interno non sono più rimarcabili i confini, anche geografici, che mantene­vano cose come il centro e la periferia, la città e la campagna, il capoluogo e la provincia entro una stabile dialettica del senso. La metropoli, come fatto tardo-moderno, sarebbe piuttosto caratterizzata da un’antinomia di altro tipo, quella che, dicen­dolo un po’ sbrigativamente, si delinea tra l’ansia di futuro e di perpetua, radicale e scioccante trasfigurazione dell’ambiente, e l’opposta ansia di conservazione, di




ripristino, di arresto del tempo, di evasione e, in definitiva, di consolante refrigerazione delle coscienze. Come interpretare allora l’ansia di passato che abbiamo potu­to rilevare in alcuni momenti significativi della vita provincia­le? Quale uso del passato si delinea nel quadro del lavoro culturale, di riflessione e nell’impresa artistica che abbiamo in provincia? Come distinguere la mera funzionalizzazione del passato in chiave di copertura e protezione del carattere pub­blicitario di certe iniziative, dall’esigenza di sottoporre la no­stra dotazione di memoria, di miti, di individualità, di storia e di cultura ad un’autentica verifica? Quale uso del passato possiamo ancora immaginare che non sia una semplice ade­sione di fatto o una semplice reazione al gigantesco processo di omologazione determinato dalla diffusione totale della modernizzazione?

Note
(1) M. Mandelli, «Della fotografia ovvero appunti sulla scrittura totomeccanica e la libertà del creato», “Servitium”, n. 57, 1988.
(2) J. Le Goff, «Passato/Presente», Enciclopedia Einaudi, Vol. 10, p. 508.

© Marco Baldino, 1990
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