INTRODUZIONE


OLTRE LA LINEA
Il mito della frontiera

Marco Baldino





La frontiera è il concetto di un insuperabile sempre superato, quasi, come specie, avessimo biologicamente bisogno di un punto di vista oltre il limite, o al limite estremo, per valutare ciò che si svolge “nel mezzo”. L’attraversamento dell’Atlantico nel XVI secolo, l’attraversamento del cielo oceanico, con Lindberg, nel XX secolo, sono esempi di questa ricerca di nuovi punti di vista. Anche Giordano Bruno e Nietzsche costituiscono degli esempi in tal senso. Faust e Jekyll ne rappresentano la tipizzazione fantastica negativa.

Dal punto di vista antropologico la frontiera, anziché presentarsi come linea di rinserramento, è, all’inverso, una linea di attraversamento: per quanto la “perimetrazione” rientri fra le tecniche di autoindividuazione di un gruppo, la linea, il perimetro, devono sempre essere violati.

Vivere al limite sembra inoltre rivestire un particolare signifcato per per l’esistenza umana; questa, posta agli estremi del mondo, ai confini della civitas, assume un altro aspetto, più misterioso, più generale e profondo.

La  letteratura  americana  ridonda di episodi legati a quest’idea: lo scrittore Jack London ce ne dà uno  spaccato  nelle  sue  storie  di  frontiera.  Al centro  dell’epopea  londoniana  vi  è  un  racconto,  La  saggezza  della  pista,

che funge da paradigma. Intorno alla pista e sulla pista si svolge un’esistenza elementare, priva di mediazioni. Qui l’uomo incontra faccia a faccia la natura e gli elementi. Di ogni scelta, di ogni passo, risponde con la vita, persino di ogni parola, perché gli uomini sono armati, stremati, pronti a tutto. I loro cuori sono coraggiosi o pavidi, le loro menti chiare o folli, le loro indoli generose o malvage, senza alcuna gradazione; la saggezza consiste appunto nella conoscenza primigenia della pista, della pura vita che vi si svolge e dei segni della natura.

Oltre la linea vi è dunque un nuovo inizio, l’umanità qui ridiventa giovane, primitiva, barbarica; la frontiera è quinidi il mito della vecchiezza e di un nuovo inizio possibile. Passare il limite, o passare al limite, secondo l’espressione del gergo matematico, è, se l’esistenza di frontiera ha davvero un senso speciale, non solo un modo di comprendersi, ma anche un modo di rinnovarsi.

Il mito della frontiera pone, di conseguenza, la questione del limite, dell’estremo limite, dell’al di là dell’estremo limite. E, questa del limite, è la questine stessa del moderno: scoprire, inventare, spingersi oltre, manipolare, colonizzare, tutte pratiche di ri-nascimento. Ebbene, la crisi del progetto moderno non è anche la crisi del paradigma della frontiera? Che significa, al giorno d’oggi vivere  al  limite,  passare  al

limite, passare il limite?

Vi è un nuovo tentativo di tematizzazione sociologica della frontiera: le popolazioni di confine, si dice, devono fare leadership con la loro cultura dell’attraversamento. Dinnanzi alla necessità di rifondare l’identità delle nazioni europee, nel contesto degli sforzi perpetrati per la costruzione di una scietà multirazziale, la frontiera diventa uno spazio, o lo spazio, per antonomasia, della comunicazione.

Vien fatto di pensare al Carso di Slataper e a quela Trieste popolata di levantini, di ebrei, di slavi, di tedeschi, di italiani, di greci, punto d’incontro e di fusione di infinite razze, che occhieggia dalle pagine dello scrittore italo-slavo. Si rammenti, tuttavia, che in tal senso, il nostro paese è tutto quanto frontiera. E non è forse il destino dell’intera Europa quello di trasformarsi in un continente di frontiera? Tutto sta ad avvertirsi di quale sia la linea inavvertitamente oltrepassata, nel cogliere i segni della nuova giovinezza e nel capire da quale nuova vecchiezza si tratti di ripartire.

© Marco Baldino, 1993
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