IL PENSIERO SELVATICO
Introduzione
di Marco Baldino

tellus 16, anno 1996, pagine 1 - 2
© Marco Baldino, 1996
© marcobaldino.com 2009

Che significa, per noi che siamo i valtellinesi, il pensiero? Pensare significa disporsi, con la mente, alla comprensione del proprio tempo. Indubbiamente! Ma sempre a partire da un essenziale riorientamento sull’asse della provenienza: il pensare dipende cioè dall’Herkunft, dall’impianto della propria “appartenenza”. Che cos’è infatti il pensiero fuori dal suo radicamento? L’assunto nietzschiano secondo cui ogni pensatore non parla che di se stesso, e dell’intimo gioco dei suoi umori - e non dell’eterna verià del tutto - sembra oggi doversi tradurre nella convinzione che un pensiero sia anzitutto in relazione con un “territorio”, con un “idioma”, con un che di stanziale, di bioregionale, insomma, con qualcosa di localmente condizionante. C’è un mito nelle Alpi che assegna ad una creatura improbabile uno statuto ambiguo, sospeso tra l’uomo e la bestia, che incarna la Wildnis, la sauvagerie, la selvatichezza residua dell’uomo. Questa creatura, che si nega all’azione civilizzatrice della raison e che permane, volutamente, nella sfera della passione, anzi della pulsione, è l’homo salvadego, un essere che fluttua ai margini del genere umano, forse oggetto di una evoluzione parallela, comunque inconvergente con quella dell’homo humanus. Questo essere decivilizzato è l’abitatore di quello “spazio selvatico” che si apre alla periferia dell’esistenza urbana, ai  margini  del  politico,  al  di  là  dei sicuri

confini dei saperi codificati e che ha nella montagna la sua espressione più emblematica. Per noi pensare significa dunque che se c’è un cammino di pensiero sul quale porsi, questo è disposto una volta per tutte dall’homo salvadego. Il nostro Oriente, la nostra terra del mattino, altro non è che la boscaglia, il fogliame, il brulichio animale, la «proditoria violenza della foresta». Se pensare è qualcosa di diverso dalla mera adesione a un modello di azione mentale fissato dalla consuetudine e dalle abitudini accademiche, se il paesaggio materno, la “mitologia paesano-originaria” e il rapporto con il natìo costituiscono l’insostituibile premessa di ogni autentica esperienza di pensiero, allora il pensare, per noi che siamo gli alpigiani, è e non può essere altro che l’attrazione «più pura e pià scarna del di fuori», la vocazione del bosco. Soggiogato dalla tecnica l’uomo cade in preda al panico, scriveva Jünger nel 㤻. Solo se si riesce a instaurare con questa paura un dialogo, allora apparirà chiaro che anche un’altra possibilità ci è data. La ricerca di questa via è, secondo Jünger, quella che passa per il bosco. Il passaggio al bosco è infatti tutt’altro che un mero passeggiare. Il passaggio al bosco ’ un’ascensione pericolosa, non solo fuori dai sentieri già tracciati, ma oltre gli stessi confini della “riflessione”. Bisogna essere disposti ad incontrare «le acque estreme», i grandi precipizi.

Il bosco è Unheimlich: l’inquietante, «la grande casa della morte». Spengler affermava che lo spirito è la forma cittadina dell’esser-desto, cioè dell’intelligenza, ossia dell’afferramento. La destezza è pertanto la conditio sine qua non dell’appartenenza al pensiero. Secondo Eraclito, a cui Spengler si riferiva costantemente, solo chi è “ben desto” è nel pensiero, mentre agli altri rimane celato ciò che fanno da svegli come non sono coscienti di ciò che fanno dormendo. Questi esseri sonnolenti, questi trogloditi despiritualizzati, che non hanno dimora nel pensiero proprio in quanto negati all’intelligenza che afferra e dispone e che hanno il loro ambito, il loro proprio kósmos, nel bosco, non possono condurre la loro meditazione verso i porti sicuri della ragione, essi provengono da quella regione informe, muta, in cui il linguaggio si limita, che è la regione della morte e vi provengono mantenendovi fisso lo sguardo. Per loro la verità è come assorbita in un spazio di delirio opposto alla veglia, cioè a quello stato delle facoltà in cui avviene l’interpretazione adeguata del mondo; per loro il discorso, con le sue articolazioni logiche, con la sua propensione al matematismo, è come assorbito in uno spazio di narrazione; la coscienza catturata dal sogno e la prassi disseminata nello spazio infinitamente compartimentabile di una statalità arcaica, provinciale,   che   discioglie  le   strutture

dell’esistenza storica nella pura spazialità della terra. In effetti l’uomo è dall’ambiente, cioè dallo spazio, che ricava il suo punto di vista. Il suo modo di vedere il mondo è improntato al suo essere originariamente in rapporto con ciò che sta dintorno ed è più prossimo: l’uomo è un essere di terra, come dice Schmitt, un essere di terra che calca il suolo, staziona e si muove sulla terra, perché questa è la sua base, la sua posizione nel mondo. Parimenti, come osserva la Arendt, «la terra è la vera quintessenza della condizione umana». La natura terrestre è infatti l’unica nell’universo che possa provvedere gli esseri umani di un habitat in cui «radicarsi ed espandersi liberamente», senza artificio. L’artificio del mondo umano separa l’esistenza umana dal mondo inferiore, “selvatico”, è ovvio, ma la vita è estranea a questo mondo artificiale ed è solo attraverso essa che l’uomo rimane in relazione con ciò che vive in profondità. Attraverso essa, attraverso questa Wildnis, l'uomo si riaggancia all’iniziale, ristabilisce rapporti con «ciò che ha sempre valore» e, nel pericolo, riconquista anche una certa libertà di impresa, di iniziativa: la vita torna a presentarsi come una trepida avventura, l’infantile ricerca di un’isola del tesoro.