L’EUROPA CHE VENE. GRANDI SPAZI E PICCOLI POPOLI
di Marco Baldino

tellus 18, anno 1997, pagine 1 - 2
© Marco Baldino, 1996
© marcobaldino.com 2009

Noi viviamo in un contesto urbano generalizzato, in questo hanno avuto ragione sia Spengler sia Virilio: lo spazio della nostra esperienza si presenta infatti tanto come un «deserto pietrificato» - grandi periferie, grandi scenari artificiali - quanto come un universo dominato dalle reti, dalle connessioni automatiche, dalla “velocità”. È l’intero continente che prende questo aspetto: l’Europa come grande spazio urbanizzato, dove si circola come in un universo illimitato e chiuso. La globalizzazione urbana, che dobbiamo tanto alla “pietrificazione” quanto alla semiotizzazione dell’ambiente, presenta però una doppio carattere: da un lato la tendenza ad integrare ogni collettività, ogni terra, ogni società in un unico sistema di regole, di valori e di obiettivi; dall’altro tutta un’esplosione di micropolitiche territoriali, di microspiritualità settarie, di microproduzioni identitarie che sono la conseguenza diretta di certi eventi epocali: una crisi che tocca il controllo dei territori e i poteri dello stato; una crisi che tocca la capacità di certi valori, regole e principi di trascendere la prospettiva particolare che li ha generati e di diffondersi in ogni contesto sociale e, infine, una crisi che tocca lo statuto organizzativo-istituzionale del pensiero, che, non essendo più garantito dall’unità sociale della cultura, dello spirito e della conoscenza, si mischia alle sue contraffazioni, ai suoi fraintendimenti, e dà luogo ad una certa inquietante proliferazione di “visioni del mondo”. Nel primo caso abbiamo un movimento di tipo organicistico, che tende all’integrazione gerarchica dello spazio, che punta, verosimilmente, alla formazione di una macrostruttura statale. Nel secondo caso abbiamo un movimento di tipo “idraulico”, turbolento, che nelle sue libere fluttuazioni lascia emergere, qua e là, delle possibilità d’ordine locali. Nel primo caso il sistema sembra evolvere verso la forma organica del corpo, nel secondo verso la forma “termodinamica” del fluido. Nel primo caso il “corpo” sembra premere verso la cefalizzazione, verso la formazione di un “capo”, e pone il problema dell’obbedienza volontaria, del rapporto di dipendenza tra la “stazione eretta” e le “unità periferiche”. Nel secondo caso il “fluido”, nel suo moto, produce localmente dei vortici dissipativi, dei punti di forza, dei settori d’accumulo e pone: a) il problema della connessione tra gli elementi di sistema e, dato che in questo dominio le varie componenti non hanno  sufficiente   consapevolezza   della

struttura globale; b) il problema del rapporto tra il locale e il globale. La differenza fondamentale tra questi due aspetti è data quindi dal binomio ordine/organizzazione. Ordine è per esempio la distribuzione periodica di certi motivi, di un certo orientamento, di determinate simmetrie; mentre l’organizzazione è una forma di centralizzazione gerarchica, dove gli elementi sono differenziati a seconda della funzione specifica e gerarchizzati in base ad un fine generale. L’organizzazione punta alla realizzazione di un fine, l’ordine esprime uno stato d’equilibrio. Che cosa è più desiderabile: una maggiore organizzazione, che consenta all’Europa di fronteggiare l’urto della politica mondiale, di gareggiare potentemente nell’economia e di arginare la minaccia di uno snaturamento etnico, o un grado maggiore di equilibrio che consenta alle varie componenti, per eterogenee che siano (euroregioni, province, stati-nazione, federazioni, ecc.), di dispiegare più liberamente ed autonomamente la loro forma di vita? Eccoci dunque esposti ad un doppio livello di rischio: nel primo caso quello di sottovalutare il problema della reale pluralità del tessuto continentale di fronte all’obiettivo dell’unità politica, dando così luogo a tutta una tendenza neocesaristica; nel secondo caso il rischio è invece quello di sottovalutare il problema della cosiddetta “minaccia globale” e di dare una risposta troppo vaga, o troppo poco socializzabile, alla domanda su come elementi interconnessi, che non possiedono rappresentazioni globali delle proprie connessioni, potrebbero, ciò nonostante, agire in accordo con la struttura globale. Di fronte a questa biforcazione, due appaiono le principali prospettive teoriche: una à quella che pensa il passaggio ad una forma di organizzazione più alta, più funzionale, più finalizzata (impero, blocco continentale, grande spazio); l’altra è quella che pensa la produzione di un altro ordine, di un’altra configurazione d’equilibrio (Euro-rete, eco-sistema, oppure un forma imperiale “debole”). La prima mette l’accento sull’unità spirituale organica dell’Europa rispetto alla sua reale molteplicità etnica, culturale, linguistica, giuridica, che pure dichiara di voler preservare; la seconda mette l’accento sul decentramento di certe funzioni [funzioni dello stato-apparato], di certe pratiche [pratiche politiche, pratiche teoriche] e sulla disseminazione di certi principi [identità, storicità] rispetto alla questione dell’unità politica,  che  pure   è   ammessa

come problema. Idea imperiale e sistema rete: questa sembra essere l’oscillazione massima entro cui si distende il nostro immaginario politico in questa fine millennio. Quale destino si affaccia all’orizzonte dei piccoli popoli delle Alpi (e l’interrogativo potrebbe certamente esser ripetuto per i popoli «meridiani»), sullo sfondo di questa transizione a due facce? Di nuovo una biforcazione delle prospettive: da un lato il desiderio di valorizzare le specifiche risorse del mondo alpino e, dall’altro, il rischio di rinchiudersi in una ghettizzante logica della protezione delle minoranze. Da un lato il riconoscimento che le autonomie economiche e culturali non sono sufficienti a garantire la sopravvivenza del mondo alpino come tale e che per esempio occorrerebbe trasformare la Convenzione per la protezioni delle Alpi (1) in un vero e proprio patto per l’autogoverno della regione alpina e, dall’altro, l’esortazione, lanciata per esempio da P. Guichonnet, affinché le popolazioni interessate prendano il proprio destino nelle loro stesse mani, per puntare diritte ad una ricomposizione del loro spazio-ambiente, in modo che questo risulti meno subordinato e assoggettato alle logiche dell’urbanizzazione globale. Le Alpi, in fondo, sono una «casa comune delle culture», e in questo senso esse costituiscono un patrimonio uniforme, ma anche, come qualcuno ha detto, si potrebbe pensare ad esse come «il possibile banco di prova dell'Europa che viene». Eppure l’Europa in qualche modo esiste già. La dimensione della sua esistenza à in realtà uno spazio «sovraccarico di figure complesse, di sentieri aggrovigliati, di siti strani, di passaggi segreti», caratterizzato da una ricchissima diversità di culture tansnazionali (germaniche, latine, slave), nazionali (ognuna contrassegnata da una lingua originale), da una varietà enorme di microculture, frutto di una antica tessitura micro-etnica, ma tale che gli elementi “particolari” che lo compongono non possono essere ricondotti a nessuna unità, a nessun principio d'ordine od organizzativo fondamentale (2). Ebbene: in base a quale spazio d’identità abbiamo preso l’abitudine a parlare di un “ordine europeo”? «L'Europa - come dice Edgar Morin - non è stata tale che nell’anarchia eco-organizzatrice e non è mai esistita come organizzazione superiore ai suoi costituenti» (3) - e lo stesso, verosimilmente, dicasi per le Alpi. Ma se è vero che un ordine «non esiste che attraverso la griglia di uno  isguardo»,   in

base a quale “tavola” di idées reçues, in base a quali consuetudini, inclinazioni, vizi nascosti si sarebbero resi possibili, oggi, tutti quegli sguardi unificatori come la riproposizione del mito althusiano di una Consociatio universalis symbiotica (4), la formazione di un mito continentale, euro-asiatico, dello spazio (5), l’individuazione di forme geo-simboliche originarie (la terra, il litorale, l’arcipelago, il paesaggio), per i quali l’Europa - bric-a-brac geografico, etnico, sociologico, economico, pura eterotopia - sarebbe oggi pensabile come l’articolazione di un “medesimo”? Non è solo il problema delle differenze, della divisione e della pluralità ad occuparci, ma vi è anche, sull’altro fronte, un problema dell’ordine, della somiglianza, dell’identità, sebbene: non come qualcosa che è già dato, risiedente nel nucleo perenne di un origine mitica, che basterebbe tornare ad ascoltare, ma come qualcosa che richiede una trasformazione, un’invenzione, un coup, una critica e forse anche una politica.



(1) La Convenzione per la protezioni delle Alpi è un trattato internazionale firmato nel 1991 dai ministri degli stati nazionali dell’arco alpino. Tale trattato impegna gli stati condivisori a tutelare i valori naturalistici e ambientali delle Alpi, a sviluppare il rapporto tra le istituzioni e le comunità culturali alpine e a corrispondere con più determinazione alla loro domanda di maggiore autonomia economica e culturale.

(2) E. Morin, Pensare l’Europa, tr. it. di R. Bertolazzi, Feltrinelli, Milano 1988, pp. 52-53.

(3) Ibidem.

(4) A. de Benoist, L’impero interiore. Mito, autorità, potere nell’Europa moderna e contemporanea, tr. it. di D. Spini e M. Tarchi, Ponte alle grazie, Firenze 1996.

(5) AA.VV., Nazionalcomunismo. Eurasia: prospettive per un blocco continentale, Società Editrice Barbarossa, Milano 1996.